Scuola di Comunità

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  • venerdì | 10/02/2023
  • 21:15 - 23:00
  • via delle Sette Sale 30/z

Scuola di Comunità per adulti e giovani lavoratori

il miracolo del cambiamento (es. frat. 1998)

Un problema di conoscenza

“Dio è tutto in tutto”.4 Ma come questo diventa valevole, incidente sulla vita? Perché un’affermazione che non sia incidente sulla vita è astratta, rimane astratta, oppure sembra un pò assurda. “Dio è tutto in tutto”, innanzitutto, vorrei dire, è la conseguenza impressionante cui conduce la ragione, almeno quando la ragione è intesa secondo l’esperienza realisticamente naturale che noi facciamo di essa, perciò com’è affermata da una filosofia sana e adeguata all’uomo. Che abbiamo a incominciare a meditare o a vedere il senso profondo che questa formula di san Paolo (“Dio è tutto in tutto”) ha come espressione della ragione, come occasione per affermare il valore della ragione, è impressionante per me. E impressionante anche dal punto di vista strettamente etico, perché il Signore ci ha fatti in un ceno modo e realizzare questa modalità con cui Dio ci ha fatti è il compito a cui dobbiamo cercare di rispondere nella vita. La ragione, per noi, ricordiamolo, è esigenza di un significato totale, apertura alla realtà nella totalità dei suoi fattori. Che “Dio è tutto in tutto”, perciò, non è una formulazione assurda, non è neanche un’affermazione astratta: è semplicemente giudicabile e comprensibile, o incomprensibile, come un fattore comunque reale della vita.

Allora, se “Dio è tutto in tutto”, dobbiamo vedere come incide sulla nostra vita. Come prendere coscienza di questo? Prendere coscienza di questo che significa? Significa innanzitutto conoscere Dio in modo tale che influisca sulla vita. Infatti, l’Essere si svela in quanto opera nel nostro presente: è, se opera agli occhi nostri. Perciò, conoscerlo implica un cambiamento, di cui la prima connotazione è il cambiamento dell’immagine che l’intelligenza umana nel]a sua attività ci descrive. Vale a dire, la prima cosa importante per una costruzione eticamente dignitosa, il primo fattore importante per una volontà di trasformazione di sé, perché sia più utilizzabile la nostra presenza nel mondo e dal mondo, è nell’ordine della conoscenza: prima ancora di un fare o di un operare, è nell’ordine della conoscenza. L’attività dell’intelligenza esprime la mens di un soggetto in quanto crea un punto nuovo e preciso nell’affrontare tutte le cose: in questo senso,  facta sunt omnia nova.3

Per prendere coscienza delle conseguenze etiche per cui veramente “Dio è tutto in tutto”, per prendere coscienza di quella forza estetica per cui veramente “Dio è tutto in tutto” – è da questa forza estetica che nasce, sorge la possibilità stessa di un’etica, perché solo se l’Essere è attrattiva può essere capace di ottenere dall’uomo un’attenzione fino al sacrificio; questo vuol dire, per noi, chiedersi quotidianamente come mantenere fedelmente e lealmente in noi il desiderio e la volontà di essere umili e obbedienti di fronte alla grandezza dell’Essere che ci fa -, per prendere coscienza, dunque, delle conseguenze etiche di questa affermazione di Dio e della Sua totalizzante possessività, noi dobbiamo prendere coscienza di una mentalità che, apparentemente esaltando una rinascita religiosa, in realtà vuole proprio censurare che “Dio è tutto in tutto”, sentendolo astratto, dimenticandolo o, molto più, negandolo. Ci pare quindi che occorra prendere coscienza della realtà in cui noi viviamo, del momento “culturale”, nel senso potente del termine, del nostro cammino.

Anche noi partecipiamo di una simile mentalità, perché è impossibile vivere dentro un contesto generale senza esserne influenzati. Anche noi partecipiamo di una simile mentalità per cui Dio è concepito astratto o dimenticato o addirittura negato. Così, in pratica, esistenzialmente, noi vorremmo negare che “Dio è tutto in tutto”. Guardiamo nel nostro spirito inquieto e confuso come si misura la menzogna in noi, perché della mentalità di oggi noi stessi partecipiamo, purtroppo: ma, veramente, non “purtroppo”, poiché siamo figli anche noi di questa realtà storica che è l’umano e dobbiamo passare attraverso tutti i disagi, le tentazioni, i risultati amari e mantenere la speranza che è vita della vita, Vediamo adesso, dunque, nel nostro spirito inquieto e confuso come si misura la menzogna che a in noi, quanto di menzogna in noi ci viene dal mondo in cui siamo.-

Esperienza e ragione

La negazione è dipesa da una irreligiosità estranea alla formazione dei popoli europei, il cui impercettibile inizio consiste in un distacco tra Dio come origine e senso della vita e Dio come fatto di pensiero, concepito secondo le esigenze del pensiero dell’uomo. C’è, insisto, una irreligiosità nel nostro mondo che inizia, senza che nessuno se ne accorga, in un distacco che si opera tra Dio come origine e senso della vita (origine e senso “della vita”, perciò pertinente alle cose che accadono, alle vicende che subiamo) e Dio come fatto di pensiero, fatto del pensiero, concepito secondo le esigenze del pensiero dell’uomo. Questo si riconduce a un distacco del senso delta vita dall’esperienza. La negazione di Dio, fino alla negazione della conseguenza ragionevolmente estrema ed evidente che “Dio è tutto in tutto”, implica un distacco del senso della vita dall’esperienza, perché il senso della vita è Dio. L’esperienza è il rapporto tra la libertà dell’uomo e la realtà in cui egli si trova immerso. Se Dio è concepito distaccato dall’esperienza, se Dio non incide sulla vita, vi è un distacco del senso della vita dall’esperienza. Il senso della vita, cioè, non ha più nessun rapporto o un difficilmente definibile rapporto con il momento dell’esistenza in cui uno pur sta camminando. E per che cosa cammina? Verso dove7 Cammina verso il senso della vita e il destino suo. Non si può strappare il rapporto, non “stretto”, ma deciso, decisivo, tra il passo che compio ora e il senso di tutto, il perché io mi muovo.

Il distacco del senso della vita dall’esperienza implica anche un distacco della moralità dall’azione dell’uomo: la moralità, così, non ha la stessa radice dell’azione. Vi è un distacco della moralità, del principio, del valore morale dall’azione dell’uomo, nel senso che la morale c’entra sì con l’azione dell’uomo, c’entra con l’esperienza, ma in modo tale che essa non ha la stessa radice dell’azione, non risponde alla fisionomia, al volto che ci dà la nostra esperienza.

Così, tra l’altro, si comprende l’emergere del moralismo: è la moralità che, paradossalmente, non c’entra con l’azione, col senso che l’azione e la moralità non nascono contemporaneamente; definendo l’azione che l’uomo sta compiendo, la moralità la giudica, la moralità giudica quello che l’uomo fa, senza che lui ne abbia avuto consapevolezza, o senza che lui abbia concepito il suo fare nel mondo, il suo camminare nelle vie del tempo e dello spazio come praticabili. La moralità così non ha la stessa radice dell’azione. Il moralismo è la moralità come insieme di principi che investe l’azione dell’uomo giudicandola teoricamente, astrattamente, senza motivare il perché è giusto o no, il perché l’uomo debba compiere o non debba compiere. Per cui la morale sottolinea valori comuni, valori comunitariamente sentiti e, perciò, i suoi principi adeguati sono o la mentalità comune o l’imporsi dello Stato.

La sostanza della questione è chiarita nella lotta che si sviluppa sul modo di lettura e di analisi del rapporto tra ragione ed esperienza. Basta guardare alla formula “Dio è tutto in tutto”, che squassa la formulazione “Dio esiste”, l’affermazione dell’esistenza di Dio. È scmpre tranquilla, infatti, l’affermazione di un Ente supremo, dell’esistenza di Dio, ferma a se stessa, che non abbia rapporto con l’azione dell’uomo, se non come, alla fine, un giudizio che distrugge o approva quello che l’uomo ha compiuto. Si sviluppa una lotta, dunque, sul modo di lettura e di analisi del rapporto tra ragione ed esperienza: qui l’ordine del grande disegno di Dio, che è il cosmo, è minato dalle sue radici. La moralità ridotta a moralismo segnala il rapporto tra l’ordine del disegno di Dio e l’avvenimento del gesto umano come un preconcetto ideale. Invece, è attraverso l’esperienza che l’uomo appare nella sua adesione, nel connettere la sua azione al disegno totale, alla totalità, oppure nel negare questo, nel non rispondere a tale riferimento chiaramente ultimo e decisivo.

Jean Guitton ci ha confermato nel nostro inquieto disagio, ci ha dato il conforto di farci sentire la giustezza del nostro atteggiamento circa il nesso tra ragione e vita quando ha detto che “”ragionevole” è sottomettere la ragione all’esperienza”.6 L’esperienza è l’emergere della realtà alla coscienza dell’uomo, è il divenire trasparente della realtà allo sguardo umano. Così, la realtà è qualcosa in cui ci si imbatte, è un dato, e la ragione è quel livello della creazione in cui questa diventa cosciente di sé. Non è una filosofia, non è innanzitutto una filosofia, ma un’urgenza esistenziale. “Ragionevole è sottomettere la ragione all’esperienza”. Perché7 Perché l’esperienza ci dice la realtà che noi siamo, in cui è la nostra presenza, ed è una realtà che ci è data, in cui ci si imbatte: ci si imbatte, non è creata da noi, non è inventata da noi. D’altra parte, la ragione è quel livello della creazione in cui questa diventa cosciente di sé, diventando cosciente, quindi, del dato, del qualcosa in cui l’uomo si imbatte. E questa autocoscienza genera la definizione di ragione.

Per difendere Dio nella sua verità e per difendere la necessità che l’uomo concepisca la vita come Sua e in tutto tenda quindi a piacere a questo supremo creatore e gestore di tutto ciò che c’è, si esige innanzitutto la cordiale ripresa della parola “ragione”, che è la parola più confusa nel discorso moderno. Se si usa male la ragione, ne va di mezzo tutto il conoscere dell’uomo come costruzione sulla realtà, della realtà, Se si usa male la ragione, cioè se la ragione si traduce come “misura” della realtà – e questo implica sempre la ragione come un preconcetto, come un qualcosa che stranamente intervenga nell’esperienza per sminuire e non riconoscere ciò che è presente nella nostra vita -‘ se si usa male la ragione, ci sono tre possibili gravi riduzioni che influenzano tutti i comportamenti della nostra vita. Ed è in questa triplice riduzione che noi possiamo vedere e capire la profonda differenza che c’è tra una cultura cristiana e una cultura profana, non-cristiana.

Parlare di cultura, cristiana o non-cristiana, è parlare di tutto l’assetto umano della nostra presenza nel mondo, perché la cultura non è un esito ricercato dagli appassionati o dai competenti: la cultura è ciò da cui l’uomo trae tutto il suo comportamento, a cui si ispira nel suo comportamento come origine di tutto, nel formularlo e dispiegano seguendo l’evoluzione delle cose e della vita, e nell’affermazione dello scopo ultimo di ciò che egli compie, cioè del suo destino.

Se si usa male la ragione, se la si usa come misura, avvengono dunque tre possibili riduzioni gravi che influenzano tutti i comportamenti. Per parlare di morale, è allora importantissimo che comprendiamo, prendiamo coscienza dei tipo di cultura cui apparteniamo, se cultura mondana o cultura cristiana.

sala don Galli, ore 21:15