Scuola di Comunità

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  • venerdì | 24/02/2023
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Scuola di Comunità per adulti e giovani lavoratori

il miracolo del cambiamento (es. frat. 1998)

Tre gravi riduzioni

Prima riduzione – sto descrivendo la genesi del nostro comportamento nel suo aspetto drammatico e contradditorio, anche se come modalità appare un po’ astratta -: invece di un Avvenimento, l’ideologia.

Il rapporto con la realtà che l’uomo vive dalla mattina alla sera può essere una iniziativa continua, un tentativo continuo di fronte a quel che accade e a quel che lui sperimenta; oppure l’uomo è mosso, si lascia muovere da qualcosa, obbedisce a qualcosa che non nasce, non scaturisce da un suo modo di reagire alle cose che incontra, in cui si imbatte, ma da preconcetti.

Il punto di partenza del cristiano è un Avvenimento. Il punto di partenza di tutto il resto del pensiero è una certa impressione delle cose, una certa valutazione delle cose, una certa posizione che uno assume “prima” d’affrontare le cose, soprattutto prima di giudicarle: possono essere i bisogni dell’uomo, che l’uomo intercetta e cerca di condividere, ma anche quando sono dei bisogni nella loro concretezza, essi sono pensati e concepiti in un modo preconcetto, in un modo che crea un preconcetto, sono sentiti come un preconcetto. Per esempio, c’è un disastro in una miniera o nelle ferrovie: l’affrontare questi fatti che interpellano i’ uomo non nasce, tende a non esser fatto nascere dal riverbero umano, da quello che l’uomo sente come uomo di fronte a questi avvenimenti. Senza che l’uomo se ne accorga, è come se irrompesse nel suo giudizio sulle cose un discorso sentito, qualcosa che ha provato, cioè un preconcetto; si parte da un preconcetto, così che il giornale dei repubblicani o dei liberals darà un ceno tono e invece il giornale di un partito al governo attaccherà altro. E il preconcetto -cioè il punto di partenza da cui uno prende le mosse – per passare nella storia, per vincere il tempo. per farsi strada tra i pensieri della gente e tra i giudizi della società, deve essere sviluppato. E il suo sviluppo è la logica di un discorso. Così diventa ideologia. La logica di un discorso che parte da un preconcetto si chiama ideologia. Per rimanere e per imporsi, il preconcetto ha bisogno di essere sostenuto da una logica. Così abbiamo l’ideologia.

Se invece l’origine, il fondamento, il principio fondante di tutta l’esperienza umana è un avvenimento – perché l’alternativa al preconcetto è che l’origine, il fondamento di tutte le esperienze dell’uomo sia un avvenimento, qualcosa che accade, qualcosa in cui l’uomo si imbatte, e perciò qualcosa che accade -‘ se il criterio suggeritore del comportamento dell’uomo è un avvenimento, questo avvenimento si ricompone nella storia, nel tempo, giorno per giorno, ora per ora: questo avvenimento si capisce perché sta avvenendo qualcosa adesso. La memoria è il contrario dell’ideologia.

La nostra vita di fede, di cristiani, di fronte al mondo sta in questa amara posizione: se non facciamo attenzione a chi Iddio ha messo come guida della sua Chiesa, non ci accorgiamo di quello che diceva Alexis Carrel in quella famosa pagina che abbiamo citato ne Il senso religioso: “Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità [cioè mantengono un contatto reale con ciò che c’è], mentre molto ragionamento e poca osservazione portano all’errore [e alla dissoluzione]”.7 La nostra vita cristiana, la nostra fede e la nostra morale concreta, la nostra impostazione della vita è determinata o dalle ideologie correnti oppure dalla fattualità, dalla supremazia del nostro esistere, delle cose come avvengono, delle cose in cui ci si imbatte, delle cose con cui si reagisce in un certo modo, dei fatti: fatti come avvenimenti. La nascita di un bambino, per esempio. è un avvenimento. Ci sono avvenimenti grandi e avvenimenti minuziosamente piccoli come significato.

Se, allora, l’origine, il fondamento, il principio fondante di tutta l’esperienza umana è un avvenimento, questo avvenimento si ricompone nella storia, nel tempo, giorno per giorno, ora per ora: questo avvenimento si capisce, si fa capire, perché in qualche modo sta avvenendo adesso, ora. In qualche modo sta avvenendo ora. Non si può parlare di un passato che sia decisivo per una persona che vive oggi, se in qualche modo questo passato non diventa presente. Se è puro ricordo – ma è impossibile che sia puro ricordo -, transeat, passi; ma, se non è puro ricordo, è qualcosa del passato e incide sul presente. Così, il cristianesimo è un avvenimento e perciò è presente, ora è presente, e la sua caratteristica è che è presente come memoria; dove la memoria cristiana non è identica al ricordo, anzi, non è il ricordo, ma è il riaccadere della Presenza stessa, della stessa Presenza.

Dobbiamo stare molto attenti, perciò, a non essere servi, in nessun modo, dell’ideologia, di un’ideologia. Tutte le ideologie hanno un sistema discorsivo e nella logica che le sostiene esse tendono al potere o hanno un potere (tutti gli uomini sono bloccabili dall’ideologia). Il potere essendo un’ideologia che prevale sulle altre in quel momento.

Il cristianesimo nasce come avvenimento che si incarna nel presente come memoria.

 

2. Questo introduce a una seconda riduzione culturalmente significativa ed eticamente grave. Eticamente grave perché l’etica, in quanto deriva dall’estetica, in quanto – come dire? – è buttata nell’abbrivio del suo cammino, del suo viaggio, da una estetica, da un fattore estetico, implica una definizione grande del concetto di Essere, cioè del concetto di Dio.

La riduzione che avviene per l’uomo, nella misura in cui cede alle ideologie dominanti, insorte dalla mentalità comune, è una divisione la separazione, la lotta tra segno e apparenza, la riduzione del segno ad apparenza come conseguenza del contrasto tra queste due parole. Prendendo coscienza di quello che è il segno, si capisce anche la lordura e il disastro di un segno che si riduce ad apparenza.

Il segno è un’esperienza reale – l’esperienza di un fattore, di una presenza nella realtà – che mi rimanda ad altro. Come abbiamo detto ne li senso religioso, il segno è una realtà il cui senso è un’altra realtà, una realtà sperimentabile che acquista il suo significato conducendo ad un’altra realtà.8

Non sarebbe ragionevole, non sarebbe umano, perciò, esaurire l’esperienza del segno interpretandolo soltanto nel suo aspetto percettivamente immediato o apparenza. L’aspetto percettivamente immediato di una cosa, di qualunque cosa, l’apparenza, non dice tutta l’esperienza di ciò che abbiamo identificato come qualcosa che segna, non dice il valore di segno della cosa che ci interessa.

La grande tentazione dell’uomo è esaurire l’esperienza del segno, di una cosa che è segno, interpretandola soltanto nel suo aspetto percettivamente immediato. Non è ragionevole, ma tutti siamo portati, tutti gli uomini sono portati, dalla pesantezza che su di essi rappresenta il peccato originale, ad essere vittime dell’apparente, di ciò che appare, perché sembra la forma più facile della ragione. Un certo atteggiamento di spirito fa pressappoco così con la realtà del mondo e dell’esistenza: ne accusa, per così dire, il colpo (c’è il mondo, c’è il rapporto con le cose, si capisce che c’è da fare una famiglia, educare dei figli…), arrestando la capacità umana di addentrarsi alla ricerca del significato, cui innegabilmente il fatto del nostro rapporto con la realtà sollecita l’umana intelligenza. Si arresta cioè la capacità umana, perciò la capacità stessa dell’intelligenza che agisce, di addentrarsi alla ricerca del significato cui innegabilmente il nostro rapporto con ciò che ci fa colpo, il fatto del nostro rapporto con la realtà, sollecita. Mentre l’umana intelligenza non può imbattersi in qualche cosa senza percepire che essa, in qualche modo, è segno di un’altra realtà, riprende l’insinuazione di un’altra realtà.

Questi nostri concetti, che ci sono abituali, sono recepibili leggendo un’affermazione di quella famosa donna ebrea, Hanna Arendt, nel suo Le origini del totalitarismo: “L’ideologia – scrive – non è l’ingenua accettazione del visibile, ma la sua intelligente destituzione”.9 L’ideologia è la distruzione del visibile, l’eliminazione del visibile come senso delle cose che avvengono, lo svuotamento di ciò che si vede, si tocca, si percepisce. Quando Sartre parla delle sue mani – “Le mie mani, cosa sono le mie mani?” – le definisce come “la distanza incommensurabile che mi divide dal mondo degli oggetti e mi separa da essi per sempre”,t0 operando così una destituzione del visibile, dell’aspetto contingente. La destituzione del contingente è, per esempio, affermare che quel che capita, capita perché capita., evitando così l’urto, l’esigenza di guardare il presente, un certo presente, nel suo rapporto con ~a totalità, come invece l’idea di segno farebbe entrare operativamente nella vita.

Mistero (cioè Dio) e segno (cioè la realtà contingente in quanto sempre rimanda ad altro: non c’è nessun pezzo della realtà che non rimandi ad altro, nessuno; anche un sasso piccolissimo per essere se stesso dev’essere concepito fatto da Dio, rimanda alla sorgente dell’Essere), Mistero e segno, in certo qual senso, coincidono: nel senso che il Mistero è la profondità del segno, il segno indica la presenza del Mistero profondo, del Dio Creatore e Redentore, del Dio Padre. il segno indica la presenza del Mistero, del Mistero profondo – il Mistero è la profondità del segno -‘ segnala ai nostri occhi la presenza di Altro, del Mistero profondo per tutte le cose, la segnala ai nostri occhi, alle nostre orecchie, alle nostre mani. Il Mistero si rende esperienza attraverso il segno.

Perciò la sensibilità nel percepire tutte le cose come segno del Mistero è la tranquilla verità dell’essere umano, laddove invece la tirannia, che diventa il possesso di chi ha in mano il potere, motivato con una ideologia, nega questo fatto, questo aspetto del fatto, della considerazione che l’uomo pone a una cosa. Anche gli accadimenti e gli avvenimenti diventano allora così labili nella loro contingenza che non dettano nessun cambiamento nella vita, non suggeriscono niente di più espressivo nella vita.

L’ideologia tende ad affermare come concretezza l’apparente, e l’apparente è quello che si vede, si sente, si tocca, e basta. Ma il modo di guardare proprio dell’uomo è la ragione: la ragione che, lasciandolo intatto, investe il contatto che l’io ha con ciò in cui si imbatte, chiarendolo, giudicandolo, cioè facendolo riferire ad altro, perché lo può giudicare solo se c’è una profondità ipotizzabile.

Mistero e segno, dunque, in un certo qual senso, coincidono e il Mistero si rende esperienza attraverso il segno. E questo spiega al cristiano il valore dei sacramenti: quando scopre che tutta la realtà è costruita da questo metodo di Dio, del Creatore. La realtà viene dal Creatore, avendo in sé il riferimento al Creatore e dimostrandolo cioè fa venir fuori, nell’intimo del nostro rapporto con le cose, la percezione di un Altro, di qualcosa d’Altro a cui la cosa che abbiamo in mano diventa fattore di aiuto.

Il sacramento ha una differenza da tutti gli altri segni. Nei sacramenti, inventati, creati da Cristo, cioè da Dio fatto uomo, proprio per generare un popolo nuovo nel mondo – che fluisca come un fiume nelle acque del mare dell’umanità, che fluisca come l’iniziale svelarsi dentro la storia del Mistero infinito a cui l’uomo va incontro al termine dei suoi giorni: è l’inizio, nella storia, dell’eterno -‘ nei sacramenti, creati da Cristo, creati dall’uomo Dio, da Dio diventato uomo, Gesù di Nazareth (li ha costruiti Lui, li ha suggeriti Lui), nei sacramenti il segno giunge fino alla completa identità col Mistero. Come nell’Eucarestia. Ma in tutti i sacramenti c’è questo riferimento totalizzante: il segno coincide col Mistero in senso proprio. I sacramenti rendono presente questo: dal Battesimo, che è una trasformazione totale del nostro essere, all’Eucarestia, che è una pienezza espressiva di questa coincidenza, alla Penitenza, alla identificazione con un compito nell’ordine e nel Matrimonio. Nel sacramento l’uomo resta così lavato dalle squame che lo tengono prigioniero e tendono a farlo vivere da animale.

Perciò, nella nostra vita giochiamo a vantaggio di un mancato trionfo dell’apparenza sulla prospettiva inoltrata dal segno: si gioca in favore di una moralità nuova, di una moralità più perfetta, quella di cui Gesù dice: “Non sono venuto nel mondo a far smarrire la legge, ma a sostenerla, perché essa sia più compiuta”.11 È la salvezza dell’umano: “Se non ti avessi incontrato, Cristo, non sarei più uomo”, si potrebbe dire. “Quando ho incontrato Cristo mi sono accorto di essere nomo”,1– diceva il retore Calo Mario Vittorino.

La sacramentalità è il modo con cui il Mistero dà se stesso, dona se stesso al nulla, creando il suo cosmo, la persona e il suo cosmo. Il metodo con cui Dio comunica la sua esistenza, dà il suo essere, partecipa il suo essere alle cose, è quello sacramentale, è la sacramentalità: il      comunicarsi del Mistero implica un metodo sacramentale. Tutto è segno di Lui, e l’estremo lembo di questo metodo, secondo un’analogia tra le cose, tra i signiticati delle cose, è dato dal sacramento della sua presenza nel mondo, perché ogni sacramento è la presenza di Cristo morto e risorto nel mondo. Quanto nella nostra vita spirituale deve essere impostato coscientemente attorno al sacramento! Si chiama, infatti, Chiesa, Corpo mistico di Cristo, quello che viene cambiato sotto l’impulso, la luce e la tenerezza del Battesimo e degli altri segni sacramentali.

Dio ha concepito il rapporto col creato come rapporto con un immenso esercito di segni: tutto è segno di Lui, tutto- Cristo è venuto a dirci questo, perché Dio voleva tutto da noi. Perciò la realtà fatta come segno di Dio si riconduce tutta quanta alla visione di Cristo. Trattar bene, usar bene della creazione significa conoscere Cristo per conoscere Dio. Questo è l’inizio di un cambiamento nell’uomo.

 

3. L’eliminazione del valore di segno implica, non so se più come causa o come conseguenza, la riduzione del cuore a sentimento.

Noi prendiamo il sentimento invece che il cuore come motore ultimo, come ragione ultima del nostro agire: il sentimento e non il cuore. Cosa vuol dire? Ho detto “cuore” per indicare la differenza tra sentimento e ragione. La nostra responsabilità è resa irresponsabile proprio da questo: cediamo all’uso del sentimento come prevalente sul cuore, riducendo il concetto di cuore a quello di sentimento. Invece, per Cristo, il cuore rappresenta e agisce come il fattore fondamentale dell’umana personalità; il sentimento no, perché il sentimento agisce come reattività. È animalesco, in fondo, il sentimento rispetto al cuore. Invece, il cuore rappresenta e agisce come il fattore fondamentale della personalità umana. Esso implica una concezione di ragione non bloccata, una ragione secondo tutta l’ampiezza della sua possibilità: la ragione non può agire senza quella che si chiama affezione. In questo senso Cristo ha detto:

“Sarai con me in paradiso”13 all’assassino che moriva vicino a Lui, e disse “Amico” a Giuda che lo andava a baciare per consegnarlo in mano agli altri.14

“Non ho ancora compreso – dice Pavese – quale sia il tragico dell’esistenza (…). Eppure è chiaro: bisogna vincere l’abbandono voluttuoso [il sentimento è un abbandono voluttuoso] e smettere di considerare gli stati d’animo quali scopo a se stessi”.’5 Lo stato d’animo ha ben altro scopo per essere dignitoso: ha lo scopo di una condizione messa da Dio, dal Creatore, attraverso la quale si è purificati. E il cuore – come ragione e affettività – la condizione dell’attuarsi sano della ragione. La condizione perché la ragione sia ragione è che l’affettività la investa e così muova tutto l’uomo. Ragione e sentimento, ragione e affezione: questo è il cuore dell’uomo.

sala don Galli, ore 21:15